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Il progetto tra mimesis e mythos

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Località: Siracusa
Anno: 2016
Tipologia: Sopraelevazione di edifici storici
Progettista: Giuseppe Scalora
Consulente: Giorgio Lasagna
Collaboratori: Carla Ferrara, Giovanni Messina, Viviana Russello


Il progetto riguarda la sopraelevazione di una porzione d’angolo di un isolato appartenente al quartiere umbertino di Ortigia, uno dei 26 previsti dal primo Piano Regolatore di ampliamento della città di Siracusa del 1890. L’analisi ambientale non si è limitata agli aspetti morfologici del quartiere umbertino di Ortigia, ma si è tradotta nell’individuazione di una serie di temi specifici concernenti il rapporto fra unità e pluralità, invarianti e cambiamenti, analogie e differenze, continuità e discontinuità.

L’opera prova a entrare nei ritmi dell’unità di paesaggio integrandosi con le condizioni elementari della visibilità del luogo: colori, linee, superfici, volumi, configurazioni, prospettive, ritmi di pieno e vuoto. In termini più essenziali, possiamo dire che il progetto non si è limitato a riguardare l’opera come unità che proietta senso e referenza, bensì si è preoccupato di far echeggiare qualcos’altro rispetto a una semplice richiesta di significato. La scommessa è stata quella di equivocare sulle parole architettoniche, svuotandole del loro senso abituale, per generare una visione architettonica inaspettata, estranea, ambigua. Non è quindi un caso che l’opera si ricollega direttamente al concetto di flanerie, introdotto da Charles Baudelaire attorno alla metà dell’Ottocento, ossia all’idea di «un’esplorazione urbana non affrettata e libera da programmi». Ecco che allora all’individuo che frequenterà le vie del quartiere apparirà un’architettura la quale, pur non allontanandosi dalle geometrie e dai codici del paesaggio di riferimento, rivendica l’aspirazione di distaccarsi e differenziarsi dal già conosciuto e dal già sperimentato, e lo fa attraverso l’esplorazione di percorsi non simulativi né stilistici ma metaforici, equivocando sulla mancanza di verosimiglianza, fraintendendo sull’assenza di un significato apparente. Il carattere aperto dell'interpretazione risiede proprio nel fatto che l'integrazione a cui essa mira non è una semplice messa a disposizione dell'oggetto, la fusione di orizzonti linguistici non è mai completa identità senza alterità. Il pensiero architettonico più vivo (e quindi autentico) mal si accorda, infatti, con una visione progettuale statica e chiusa in se stessa. Esso piuttosto contiene delle matrici di idee che inducono il soggetto a porsi delle domande come nessuna opera analitica sottoposta a regole compositive ortodosse sarebbe in grado di suscitare, poiché in nessuna opera architettonica che ricalca modelli del passato si può trovare una cosa diversa da ciò che è stato fissato secondo regole ben precise. In altri termini, l’opera, come osserverebbe Merleau-Ponty, «non è né un’imitazione, né peraltro una costruzione che segua i dettami dell’istinto o del buon gusto. È un’operazione dell’espressione».

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https://www.openstudiosiracusa.com/il_progetto_tra_mimesis_e_mythos-p23170

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